Non tutto ciò che ci piace è fatto per noi

non tutto ciò che ci piace è fatto per noi

Non tutto ciò che ci piace è fatto per noi. A volte lo capiamo nelle situazioni più ordinarie, davanti a uno specchio, mentre cerchiamo ancora un modo per adattarci.


Non avevo bisogno di un vestito.

Ero entrata perché avevo visto qualcosa dalla vetrina, forse un colore, forse soltanto quel movimento leggero della stoffa che si era spostata quando una donna aveva fatto scorrere le grucce. Non ricordavo nemmeno cosa stessi andando a fare prima di fermarmi. Entrai, feci qualche passo e lo trovai quasi subito.

Non era appariscente. Aveva una fantasia che da lontano sembrava semplice e che, avvicinandosi, mostrava piccoli particolari che non avevo visto attraverso il vetro. Passai le dita sulla stoffa. Era morbida, più di quanto avessi immaginato. Lo tirai fuori dagli altri. Mi piacque.

Non pensai se ne avessi uno simile, se avessi un’occasione per metterlo, se fosse davvero il mio genere. In quel momento tutte quelle domande sarebbero state soltanto un modo per rovinare qualcosa che era cominciato bene. Cercai la mia taglia e andai in camerino.

La luce lì dentro era impietosa, come quasi tutte le luci dei camerini. Mi spogliai, infilai il vestito e chiusi la cerniera. Wow, entrava. Mi guardai.

Aspettai qualche secondo, come se lo specchio dovesse ancora decidere.

La fantasia era bellissima. Il colore anche. La stoffa cadeva bene sulle gambe. Eppure c’era un punto, appena sotto la vita, in cui faceva una piega che non avrebbe dovuto esserci.

La tirai con due dita e scomparve.

Lasciai andare. Tornò.

Provai a sistemare la cintura, poi le spalle. Mi girai di lato e raddrizzai la schiena. Cambiai perfino il modo di stare in piedi.

Per qualche secondo funzionò. Poi respirai normalmente e la piega ricomparve. Aprii la tenda. La commessa arrivò subito. «È molto bello.»

«Sì.» era vero.

Si avvicinò e prese un po’ di stoffa tra le dita, proprio nel punto che continuavo a guardare. «Qui si può riprendere.»

Fece una piccola piega con la mano «Vede? Basta poco.»

Annuii. Bastava poco. Rientrai nel camerino e chiusi la tenda. Provai ancora.

Con una cintura sarebbe stato diverso. Forse con un altro reggiseno. Le scarpe che avevo ai piedi non aiutavano. E poi c’era quella possibilità di farlo riprendere in vita. Una sarta avrebbe sistemato tutto.

Continuavo a cercare soluzioni e intanto evitavo l’unica cosa che lo specchio mi stava mostrando da quando avevo chiuso la cerniera. Il vestito non cadeva bene su di me.

Non era colpa del vestito. Nemmeno mia. Eppure rimasi lì perché quel vestito mi piaceva proprio.

Era questo il problema.

Se fosse stato brutto, lo avrei sfilato senza pensarci. Se il colore mi avesse spento il viso o la fantasia fosse stata diversa da come l’avevo vista in vetrina, non ci sarebbe stato niente da decidere.

Invece continuavo a guardare proprio ciò che amavo, la stoffa, quei piccoli disegni, il modo in cui si muoveva quando giravo su me stessa.

Mi piaceva abbastanza da farmi pensare che forse avrei potuto abituarmi a quella piega oppure correggerla.

Mi venne da sorridere perché conoscevo bene quel meccanismo.

Prima qualcosa ti incanta. Poi compare un’incrinatura minuscola e tu non la chiami nemmeno così. La sistemi. Le trovi una ragione. Sposti un poco il tuo modo di stare e per qualche tempo sembra funzionare.

Il corpo, però, prima o poi torna nella sua posizione naturale e anche noi.

Mi sedetti sul piccolo sgabello del camerino senza togliermi il vestito.Fuori sentivo la commessa parlare con qualcuno. Una gruccia cadde. Una donna chiese se esistesse una taglia più grande. Io continuavo a guardare quella stoffa sulle ginocchia. Pensai a quante cose avevo tenuto nella mia vita soltanto perché mi piacevano troppo per ammettere che non avevano la mia misura.

Non erano necessariamente cose sbagliate, forse era questo che avevo impiegato tanto a capire.

Avevo sempre creduto che per lasciare qualcosa fosse necessario smettere di amarla, trovarle un difetto abbastanza grande, arrivare a una conclusione definitiva che giustificasse l’uscita.

Altrimenti restavo e aggiustavo. Mi alzai. Questa volta non tirai la stoffa, non raddrizzai le spalle non trattenni la pancia.

Mi misi davanti allo specchio come stavo davvero. La piega era lì. La guardai senza cercare di eliminarla poi abbassai la cerniera.

Quando uscii dal camerino avevo il vestito sulla gruccia.

«Non lo prende?» la commessa sembrava sinceramente sorpresa.

Guardai ancora la fantasia per un istante ebbi voglia di cambiare idea. «No.»

«Peccato. Le stava bene.»

Sorrisi, forse da fuori sembrava così.

Glielo consegnai salutai e uscii.

Qualche passo più avanti mi accorsi che stavo ancora pensando al vestito. Avrei ricordato quella stoffa, probabilmente. Forse, passando di nuovo davanti a quella vetrina, avrei cercato di vedere se fosse ancora lì, non importava.

Non avevo bisogno di convincermi che non mi piacesse più.

Quella era stata, per anni, la parte che non avevo capito. Si può desiderare qualcosa e lasciarla dov’è. Si può riconoscerne la bellezza senza portarsela a casa.

Soprattutto si può smettere di chiedere al proprio corpo, alla propria vita, perfino al proprio cuore, di assumere continuamente una posizione innaturale soltanto perché qualcosa che abbiamo incontrato ci è sembrato bellissimo.

Continuai a camminare

Quel giorno non avevo comprato niente eppure avevo finalmente smesso di trattenermi.


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