Cambio di destinazione d’uso

Ritrovare se stessa

Ritrovare se stessa non avviene sempre attraverso una decisione clamorosa. A volte comincia in una casa al mattino, quando ciò che sembrava un’assenza smette di occupare tutto lo spazio e una donna torna, lentamente, a riconoscersi.


La casa aveva l’odore fermo della notte, la luce entrava senza chiedere permesso e sul tavolo c’era una sola tazza.

Non mancava niente.

Sono rimasta a guardarla come si guarda una verità semplice che per anni non si è voluta capire.

Sul davanzale, la pianta piegata verso il vetro aveva messo una foglia nuova.

Nessuno se n’era accorto.

Ho aperto la finestra e l’aria ha mosso le tende, sollevando la polvere dagli angoli in cui avevo lasciato accumulare il tempo.

Nel corridoio lo specchio restituiva un volto ancora assonnato, i capelli raccolti male, una riga sottile rimasta sulla guancia dopo una notte inquieta.

Non ho distolto lo sguardo.

Da tempo passavo davanti a quell’immagine come si passa davanti a una porta chiusa, sapendo cosa c’è dietro e scegliendo di non entrare.

Ho tolto dal tavolo le cose inutili, piegato la tovaglia, raccolto i fogli sparsi e ritrovato, sotto una rivista, una fotografia scattata molti anni prima.

Avevo gli occhi socchiusi per il sole e ridevo verso qualcosa rimasto fuori dall’inquadratura.

Non ricordavo il luogo, ma riconoscevo quella donna.

Aveva ancora molte strade davanti e nessuna intenzione di chiedere il permesso per percorrerle.

Ho appoggiato la fotografia alla parete, accanto ai pennelli induriti e a un quaderno rimasto aperto

su una pagina bianca.

Poi ho fatto il caffè. Il rumore della moka ha riempito la cucina con una precisione domestica, quasi ostinata.

Fuori, qualcuno chiudeva una portiera, un cane abbaiava dietro un cancello, il mattino continuava senza attendere spiegazioni.

La tazza era ancora sul tavolo.

Una soltanto.

E per la prima volta non sembrava il segno di un’assenza, ma la misura esatta dello spazio che tornavo a occupare.

Ho preso il quaderno e scritto la data.

La mano era incerta, come quando si torna a usare una parte del corpo rimasta immobile.

Non sapevo ancora cosa raccontare.

Sapevo soltanto che quella pagina non doveva più contenere ciò che era stato, ma quello che avrebbe cominciato a esistere dal momento in cui avessi sollevato la penna.

Anagrafe di una donna ricomparsa

A un certo punto si smette di rispondere per educazione, di restare per abitudine, di tendere la mano a chi la usa soltanto per verificare se ci siamo ancora.

Non succede con rumore.

Succede una mattina normale, mentre si spalanca una finestra, si butta via un foglio inutile o si lascia squillare il telefono qualche secondo in più senza sentirsi in colpa.

Le persone che non sanno vedere continuano a fare domande sbagliate.

Vogliono definizioni, giustificazioni, un riassunto ordinato di tutto quello che ci è costato vivere.

Ma ci sono stanchezze che non devono più essere spiegate, distanze che non hanno bisogno di processo verbale. Ci sono porte che non vengono chiuse per rabbia, ma per igiene.

Ho smesso di offrirmi a chi entrava nelle mie giornate come si entra in una stanza d’albergo, senza rispetto, senza lasciare niente se non l’aria usata.

Adesso desso scelgo con cura persino ciò che ascolto: una voce, una presenza, la maniera in cui qualcuno pronuncia il mio nome oppure lo trascura.

Non è durezza.

È selezione.

È aver capito che l’energia non è infinita e che sprecarla non è generosità, ma dimenticanza di sé.

Per anni ho chiamato pazienza quello che era consumo.

Ho chiamato comprensione quello che era rinuncia.

Ho chiamato amore anche tutto ciò che mi chiedeva di ridurmi.

Ora no.

Ora tengo per me e per chi sa restare davvero la parte viva.

Il resto può continuare a parlare forte, a giudicare da fuori, a domandare accesso senza sapere abitare.

Io, intanto, ho rimesso le cose al loro posto e il tempo che non regalo più non è tempo perduto.

È il primo bene che ho ricominciato a possedere.


Ci sono ritorni che non riportano indietro. Riportano dentro di sé.

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Ritrovare se stessa
A volte non si tratta di ricominciare. Si tratta di tornare a occupare il proprio posto.

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