Chiacchiere dal parrucchiere
Con Enea ormai succede sempre così.
Si comincia parlando di una cosa qualsiasi e, senza sapere bene quando, ci si ritrova da tutt’altra parte.
La tinta stava facendo il suo tempo e io ero seduta davanti allo specchio con quella strana immobilità che il parrucchiere impone. Lui andava avanti e indietro tra una cliente e l’altra, ma ogni tanto si fermava da me. Con gli anni avevamo imparato a parlare senza convenevoli.
L’estate era arrivata anche lì. Lo si capiva dalle agende piene, dalle richieste dell’ultimo minuto, dalle ferie che tutti aspettavano e da quella stanchezza che, a un certo punto della stagione, sembrava diventare l’argomento comune.
«Non vedo l’ora che arrivino le vacanze» disse asciugandosi le mani. «Ci sono giornate che arrivo a sera completamente svuotato.»
Non c’era amarezza nella sua voce. Era il tono tranquillo di chi, finalmente, può dire ad alta voce quello che sente.
Poi sorrise.
«Pensa… sono così stanco che certe volte mi viene voglia di prendere il phon e buttarlo nel lavatesta.»
Rise lui per primo.
Qualche minuto dopo impugnò le forbici.
Le aprì, le richiuse con quel rumore metallico che in un salone passa quasi inosservato.
«Oppure…» disse guardandole appena. «…fare zac.»
Lo disse con la stessa naturalezza con cui, poco prima, mi aveva chiesto se il colore mi piacesse.
Mi colpì il contrasto.
Non perché pensassi che avrebbe mai fatto una cosa del genere. Anzi. Conoscevo Enea abbastanza da sapere che quelle parole non avevano nulla a che vedere con la violenza.
Forse erano soltanto il linguaggio che la stanchezza aveva trovato quel giorno.
Mentre continuava a tagliarmi i capelli, mi accorsi che in lui non era cambiato nulla.
Lo stesso sorriso.
La stessa attenzione.
Lo stesso gesto con cui spostava una ciocca prima di riprendere il taglio.
Ero io che lo stavo guardando in modo diverso. Non peggiore, comprendendone l’ironia.
Da quel giorno ci ho pensato spesso.
Esistono frasi che non chiedono di essere prese alla lettera, chiedono soltanto di essere ascoltate.
Noi ci abituiamo a riconoscere le persone per ciò che mostrano. Gentili. Affabili. Disponibili. E finiamo per credere che coincidano completamente con quell’immagine.
Poi, all’improvviso, una frase apre una piccola fessura che cambia ciò che pensavamo di sapere.
Ci ricorda che sotto la superficie esiste sempre un’altra profondità.
Forse ognuno di noi custodisce uno spazio inesplorato che affiora solo per un istante, davanti a qualcuno con cui si sente abbastanza al sicuro da non dover sembrare sempre impeccabile.
Poi il phon ricomincia a soffiare.
Le forbici tornano a scandire il loro ritmo.
La conversazione cambia argomento.
Quella piccola porta si richiude, come se non si fosse mai aperta.
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- Il rumore che ho lasciato andare — lasciare andare ciò che occupava spazio.
- Le parole sono semi
- Camminare piano per abitare il tempo — ritrovare la misura del proprio passo.
- Cambio di destinazione d’uso

